Pillole d'archivio

129 anni fa nasceva a Lecce Tito Schipa


Il 2 gennaio 1889, primo giorno non festivo del nuovo anno, dinanzi all'avvocato Giovanni Gorgoni, Ufficiale di Stato Civile del Comune di Lecce delegato dal Sindaco, si presentava il quarantanovenne Luigi Schipa, di mestiere falegname, per dichiarare la nascita, avvenuta quello stesso giorno alle ore 6, di suo figlio Raffaele Attilio Amedeo, colui che avrebbe assunto il nome d'arte di Tito Schipa (Lecce, 1889-New York, 1965), l'usignolo del bel canto così soprannominato per via della sua bassa statura ("Titu", piccolo). Il bambino era stato dato alla luce dalla moglie, Rachele Antonia Vallone, nell'abitazione della famiglia, sita in Vico de' Penzini, n. 6, e non Panzini, come erroneamente si legge nell'atto, nel popolare quartiere delle Scalze. Da qualche anno la toponomastica era mutata, ed il Vico Santa Barbara, dal titolo di un'antica cappella dedicata alla Santa, aveva assunto la nuova denominazione in ossequio ad una illustre famiglia del patriziato cittadino di origini bergamasche. Secondo le biografie il piccolo sarebbe nato in realtà il 27 dicembre del 1888, ma fu dichiarato nel primo giorno utile del 1889 per posticipare di un anno la leva militare. La famiglia vantava origini arbëreshë, non per nulla la stessa parola Schipa costituisce l'italianizzazione dell'originario shqipe, termine albanese che significa aquila. Il papà del piccolo, secondo quanto riportato nel documento, era analfabeta, e non sottoscrisse l'atto, a differenza dei due testimoni, il giovane vivandiere del Secondo Reggimento Fanteria, Domenico Icardi, che era lì per dichiarare la nascita della propria figlia Adele, e l'impiegato dell'Ufficio Anagrafe Luigi Bortone. Le umili origini della sua famiglia non impedirono al giovane Tito di fare una brillante carriera artistica, sostenuto nella sua stessa città natale da convinti estimatori, e di raggiungere nel giro di qualche decennio le più alte vette della lirica mondiale.

foto tito schipa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Atto di nascita di Tito Schipa. Archivio di Stato di Lecce, Stato Civile, Lecce, Atti di nascita, 1889. 

Atto di nascita T. Schipa

 

#iorestoacasa - MISURE PREVENTIVE DI VIGILANZA SANITARIA CONTRO IL CONTAGIO EPIDEMICO SULLE IMBARCAZIONI IN TRANSITO NEI PORTI DI TERRA D'OTRANTO nel 1790

 

Patente di sanità rilasciata il 5 giugno 1790 dal magistrato di Sanità di Napoli al brigantino francese La Genevieve diretto a Gallipoli con la stiva vuota per carico d'olio e con a bordo il capitano Lazaro Lyon, nove membri di equipaggio ed un passeggero. Il documento cartaceo, che misura mm. 580 x 435, risulta compilato, nelle parti lasciate in bianco, dall'autorità sanitaria portuale di Napoli per assicurare l'immunità da contagio in quel distretto marittimo delle imbarcazioni in transito. Ideatore e incisore della fede di sanità, che raffigura la Vergine di Costantinopoli e s. Gennaro nell'atto di proteggere la città partenopea, è l'artista martinese Francesco La Marra (1728-1787), allievo di Francesco Solimena e stilisticamente assai vicino alla produzione di Luca Giordano. Archivio di Stato di Lecce, Intendenza di Terra d'Otranto, Patenti di sanità.

Maria Rosaria Tamblè

 patente di sanità

 

CERRATE NEL 1801

In mezzo al detto corpo di oliveto, processo folio 47 a tergo, esiste una fabbrica consistente in numero sette camere superiori, delle quali una lamiata e le altre a tetto. Sotto delle stesse vi è il carcere appartenente alla Corte del feudo di detta Badia, due stalle, un sopportico con magazzeno e postura per rimettere olio, tutte lamiate. Il molino con una casa d'abitazione per uso del molinaro, il trappeto per macinare olivi, ed altre tre case, capanna e forno, ed un'altro trappeto, ove non vi esiste che la pura pietra ed il fondo. In mezzo al grande atrio esiste la cappella con tre altari, sacrestia e tre piccole campane, ed una cisterna di non indifferente grandezza. Al di fuori del detto atrio vi è un pozzo di acqua sorgiva per abbeverare gli animali. Attaccato a detta fabbrica vi è un gran cortile ben murato per chiuderci delle mandre, che mancano. Ed infine attaccati a detto cortile vi sono tre piccoli giardinetti di fogliami con pochi alberi comuni dell'estensione di stoppelli due ed un quarto». La recente consacrazione della chiesa di S. Maria a Cerrate e la riapertura al pubblico dell'intero complesso monumentale dopo i restauri realizzati grazie ai fondi raccolti dal Fondo per l'Ambiente Italiano, offrono l'occasione di presentare una interessante descrizione degli edifici e delle pertinenze che insistevano nel 1801 nell'area dell'antica abbazia italo-greca, quando ormai la struttura aveva perso da tempo la sua originaria valenza religiosa, trasformandosi prevalentemente in masseria. Si tratta di un brano tratto dalla Platea dei beni burgensatici e feudali della Badia di S. Maria a Cerrate della Real Casa degli Incurabili di Napoli, un documento ora conservato nell'Archivio di Stato di Lecce e redatto all'epoca su impulso degli amministratori del nosocomio partenopeo, che nel 1531 aveva ottenuto da papa Clemente VII i beni dell'ormai decaduta Badìa salentina in commenda perpetua. Si trattava in sostanza di aggiornare, a distanza di oltre un secolo, un inventario, compilato nel 1692, dei beni e dei diritti di quello che in epoca medievale era stato uno dei centri più importanti centri spirituali e culturali del Salento, dotato di cospicue ricchezze e di diritti feudali e giurisdizionali, richiamati nel documento dal carcere appartenente alla Corte del feudo. Dalla ricognizione effettuata dai periti incaricati di rilevare esattamente i confini di ogni bene, l'estensione e la rendita, risulta che gli oliveti di Cerrate detenuti in proprietà erano 12, per un totale di 17.589 alberi di olivo, all'interno dei quali s'incastonava il complesso masserizio, ove si svolgevano attività di raccolta e di trasformazione della produzione agricola. Alle rendite relative a tali beni si sommavano i proventi delle decime, di altre esazioni feudali e dei censi enfiteutici perpetui che gravavano altri beni, che costituivano la parte più cospicua dei cespiti. Come per molti altri beni ecclesiastici o religiosi dati in commenda ad enti ed istituti extraterritoriali, regnicoli e non, si trattava di un cospicuo drenaggio di risorse dal territorio salentino; dopo aver impinguato per un certo tempo le rendite di Santa Romana Chiesa quale beneficio ecclesiastico sine cura conferito ad illustri porporati, con l'avvento del dominio spagnolo il gettito economico dell'antica abbazia venne dirottato entro i confini del regno, per soddisfare nella fattispecie i bisogni socio-assistenziali della Capitale, avviata nei primi decenni del XVI secolo verso una notevole crescita demografica e attanagliata da continue emergenze sanitarie.  

Maria Rosaria Tamblé

Cerrate1

Pianta dei beni dell'Abbazia di Cerrate risalente al 20 aprile 1692, ricopiata a Napoli nel 1801 dal regio agrimensore Ignazio de Nardo in occasione della redazione della nuova Platea. Particolare relativo all'ampio oliveto pertinente all'omonima masseria. Archivio di Stato di Lecce, Platee, pianta allegata alla Platea n. 15. 

Cerrate2

Feudo di Cerrate. Particolare della Pianta del territorio e feudi sottoposti alla giurisdizione della Terra di Squinzano e suoi confini compreso Torchiarolo e suo feudo, realizzata da Nicola Manca Chimenti di Squinzano, pubblico agrimensore e appreazzatore, Squinzano, 10 luglio 1761. Archivio di Stato di Lecce, Scritture delle università e feudi, poi Comuni. Atti diversi. Squinzano, fasc. 93/2. 

 

Fulvia Franco, Miss Italia 1948: un'elezione venata di patriottismo


Tempo copertinaSulla copertina del numero 40 del settimanale "Tempo" del 2-9 ottobre 1948 la diciassettenne studentessa e ginnasta triestina Fulvia Franco, da poco eletta Miss Italia, sorrideva in posa fotografica, ancorandosi saldamente alla bandiera italiana. In calce spiccava il titolo "Triestina Miss Italia 1948", che richiamava l'ampio servizio giornalistico e fotografico "esclusivo" di ben sette pagine all'interno del rotocalco. Da poco le donne italiane avevano conquistato il diritto di voto e si affacciavano sulla scena pubblica rivendicando spazi di visibilità.

   Al di là del tributo alla sua innegabile avvenenza, il titolo conferitole a Stresa, località turistica sul Lago Maggiore, nella serata del 26 settembre, presentata da un giovane Corrado Mantoni, rivestì in quel 1948 un indiscutibile valore patriottico, dal momento che l'anno precedente Trieste, a seguito del Trattato del 10 febbraio 1947 firmato a Parigi tra l'Italia e gli Alleati, aveva subito il distacco dall'Italia ed era entrata a far parte del Territorio Libero di Trieste (TLT) posto sotto il controllo militare alleato (Zona A). Il ritorno della città giuliana all'Italia sarebbe avvenuto soltanto nel 1954, quando, con il Memorandum di Londra, la Zona A con Trieste e il suo porto franco internazionale passarono dall'amministrazione militare alleata all'amministrazione civile italiana, mentre la Zona B del TLT passò all'amministrazione civile jugoslava.

   La manifestazione all'epoca non veniva ancora trasmessa via radio, fatto che si sarebbe registrato a partire dal 1950, e godeva di notevole risonanza grazie a periodici settimanali quali "Tempo".  Il valore aggiunto dell'elezione di una triestina a simbolo della bellezza italica non era sfuggito agli organizzatori ed agli stessi membri della giuria, rigorosamente maschile, tra i quali figurava il grande Totò, che non fece mistero della sua preferenza per la Franco, giocando sull'assonanza delle parole con battute quali "Mi-si-taglia-Trieste", dal momento che la concorrente aveva vinto nelle selezioni regionali  non solo il titolo di Miss Venezia Giulia, ma anche quello, simbolicamente più significativo, di Miss Trieste. In quei giorni l'attore effettuava a Stresa le riprese del film "Totò al Giro d'Italia", diretto da Mario Mattoli, e la Franco, dopo la conquista del titolo, vi ebbe una parte interpretando se stessa. Fu il suo debutto nel mondo del cinema, che in genere rappresentava l'approdo più ambito delle  partecipanti al titolo.

   Il concorso era nato nel 1939 con il titolo "5000 lire per un sorriso" da un'idea di Dino Villani, considerato il maestro della pubblicità italiana, e di Cesare Zavattini, come selezione fotografica per sponsorizzare il dentifricio "Gi.Vi.Emme", una fabbrica di cosmetici e profumi così chiamata dalle iniziali  del suo ideatore-amministratore, il duca Giuseppe Visconti di Modrone, ricco e poliedrico imprenditore e patrizio milanese, padre del noto regista Luchino e marito di Carla Erba, erede dell'importante azienda farmaceutica Carlo Erba che lo produceva. Si trattava all'epoca di un concorso fotografico, in quanto le concorrenti al titolo  ancora non sfilavano sulla passerella, ma si limitano ad inviare una loro foto. Inizialmente la gara era aperta anche agli uomini, trattandosi della pubblicità di un dentifricio, un prodotto dal target assai ampio, che coniugava igiene, salute e bellezza, lanciata nel 1939 in occasione del 50milionesimo tubetto di pasta dentifricia Erba-Gi.Vi.Emme per reclamizzare un prodotto in fase di invecchiamento, promuovendone il consumo tra i giovani. Successivamente la competizione fu riservata solo alle donne e godette di una grandiosa campagna pubblicitaria, organizzata tra radio e stampa dall'estro brillante del Villani, dirigente dell'ufficio vendite e pubblicità della Carlo Erba. Dopo l'interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale, il concorso riprese nel 1946 con la formula del raduno delle concorrenti in una località turistica e la sfilata in passerella. Fu adottato il nome attuale di Miss Italia, in omaggio alla Repubblica appena nata, anche per simboleggiare la rinascita di un Paese desideroso di una identità collettiva nuova. Il termine Miss, del tutto estraneo alla propaganda del regime fascista, rigidamente esterofobo, fu sdoganato dopo la vittoria degli Alleati e l'avvento della Repubblica per identificare anche le reginette della bellezza italica. Ora lo sguardo poteva posarsi sull'intero corpo femminile, in ossequio ad un format da molto tempo affermatosi negli Stati Uniti. I Visconti di Modrone continuarono in ogni caso ad essere tra i maggiori sponsor della manifestazione ed uno di essi, Edoardo, presiedeva anche la giuria del 1948.

ultima pagina del settimanale

Quell'anno Miss Italia divenne un concorso a carattere nazionale con l'ingresso dell' Enit (Ente nazionale italiano per il turismo) al fianco degli organizzatori, che rimarcò il richiamo ai valori identitari della patria. La vincitrice fu festeggiata al grido di "Viva Trieste", dal momento che il suo successo suonava come una rivendicazione di appartenenza di Trieste all'Italia. Il suo ritorno a casa fu un vero trionfo, con un corteo di automobili che l'accompagnò al posto di blocco del Territorio libero di Trieste e una folla festante assiepata lungo le strade ad applaudirla e salutarla con bandiere e fazzoletti tricolori nel suo percorso dal confine alla città.

   Il suo fidanzamento, coronato nel 1950 dal matrimonio, con il celebre pugile, anch'egli triestino, Tiberio Mitri, vincitore del titolo dei pesi medi sempre nel 1948, suggellò un felice connubio tra il mondo dello sport e quello della bellezza all'insegna della rinascita dell'Italia del dopoguerra, piena di sogni e di illusioni, molti dei quali si sarebbero infranti contro la dura realtà, come purtroppo accadde alla loro unione.  

   Gli 80 anni che ci dividono dalla prima edizione del concorso ed i 71 trascorsi anche da quel lontano 1948 si possono misurare in termini di modelli culturali dominanti, scorrendo l'elenco dei  premi messi in palio per Miss Italia e Miss Sorriso, titolo che continuava ad essere assegnato in omaggio allo sponsor storico "Gi.Vi. Emme".    

   Nell'ultima pagina, "Tempo" enumerava, infatti, i premi in palio del Sesto Concorso di bellezza indetto dalla Gi. Vi. Emme (1939, 1940, 1941, 1946, 1947, 1948), che in parte risentivano del retaggio culturale degli anni della guerra, quando la competizione aveva assunto il titolo, più consono al drammatico clima bellico,  di "5000 lire per una dote". Generi di lusso si affiancavano a beni di uso comune e di prima necessità, disegnando i bisogni e i desideri delle giovani donne italiane nella delicata fase della ricostruzione. Per Miss Italia: l'arredamento base di un appartamento (letto, pranzo, ingresso), tessuti da arredamento, 100mila lire, una radio, una biro laminata in oro,  una pelliccia, un abito da gran sera, scarpe, pantofole, giubbetto, impermeabile, penna, liquori, profumo Insidia della Gi.Vi.Emme confezionato in vetro di Murano, un servizio da tavola in ceramica artistica, provini fotografici, una polizza assicurativa, un soggiorno di otto giorni per due persone in uno dei più grandi alberghi italiani, etc. Miss Sorriso avrebbe portato a casa un premio meno ponderoso, ma pur sempre allettante. Quell'anno il titolo fu conferito a pari merito alla savonese Renata Ferro e alla napoletana Elisabetta Tudisco, che però risultò fuori concorso per non aver raggiunto l'età regolamentare, aggiudicandosi perciò un premio meno consistente. Fulvia Franco donò la somma in denaro all'associazione dei profughi giuliani costretti ad abbandonare il territorio ormai appartenente alla Jugoslavia comunista di Tito ed a rifugiarsi a Roma. In qualità di ambasciatrice per conto del prefetto e del sindaco della sua città fu ricevuta dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e partecipò ad una festa organizzata a beneficio degli esuli.

Maria Rosaria Tamblè

Nelle immagini: Copertina e ultima pagina del periodico settimanale "Tempo" , a. X. N. 40, 2-9 ottobre 1948

Archivio di Stato di Lecce, Questura, Gabinetto, Cat. A7 (Stampa da sequestrare), b. 1, fasc. 48.

 

Inno a s. Oronzo per l'inaugurazione della colonna restaurata. Lecce - Festa patronale del 1945.

 "A S. Oronzo, su la colonna. Inno popolare" composto il 22 giugno 1945 da Agostino De Leo per le celebrazioni indette dalla città di Lecce in occasione dell'inaugurazione della restaurata colonna di s. Oronzo nella piazza omonima, simbolo identitario per eccellenza del capoluogo salentino, programmata in coincidenza delle feste patronali di quello stesso anno (23-26 agosto), a pochi mesi dalla Liberazione. Sul retro, dello stesso autore, quasi a far da contraltare all'intonazione dotta del primo, è riportato il componimento in vernacolo "A Santu Ronzu nesciu", che reca la data del 9 luglio. In calce sono riportati gli estremi dell'autorizzazione prefettizia alla diffusione e della data di stampa (Lecce, 20 luglio 1945, Tipografia Popolare). Volantino a stampa, cm 22,5x32. Archivio di Stato di Lecce, Prefettura, Gabinetto. L'Inno fu scelto dal Comitato Feste patronali per essere eseguito durante della cerimonia inaugurale del monumento e, come risulta dal periodico "La colonna di S. Oronzo", organo provvisorio del Comitato direttivo delle Feste patronali 1945 (a. I, n. 1, 11 luglio 1945, Lecce, Tipografia La Modernissima, p. 1), fu aperto un concorso per musicarlo, non andato a buon fine in quanto il componimento in sé non incontrò unanime consenso. Il sindaco propose allora di realizzare un inno breve, in forma popolare, accessibile a tutti e facile da apprendere e ricordare ("La colonna di S. Oronzo", a. I, n. 2, 26 luglio 1945, p. 2), ma gli elaborati presentati dai concorrenti non furono giudicati all'altezza dall'apposita Commissione e fu deciso di rimandare ad altra data l'indizione di un ulteriore bando. ("La colonna di S. Oronzo", a. I, n. 3, 7 agosto 1945, p. 2). Il riferimento ad un episodio di settantuno anni fa appare quanto mai attuale, dal momento che quest'anno, accanto al tradizionale inno in latino "Ave Oronti", è stato presento ed eseguito in occasione dell'undena il nuovo "Inno ai santi martiri Oronzo, Fortunato e Giusto" in lingua italiana, composto e musicato da Tonio Calabrese, maestro di cappella presso la chiesa cattedrale di Lecce.


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Testata del periodico "La colonna di S. Oronzo", organo provvisorio del Comitato direttivo delle Feste patronali 1945, diretto dal sacerdote d. Gerardo Danese, impreziosita da una riproduzione xilografica di proprietà di Miro (Clodomiro) Conte, dell'omonima Tipografia, con i due elementi identificativi del Sedile e della colonna nel suo sito precedente. Archivio di Stato di Lecce, Prefettura, Gabinetto.
L'immagine riproduce uno scorcio dell'antica piazza, prima che sostanziali modifiche strutturali, determinate dallo sterramento dell'anfiteatro e dalla demolizione degli edifici, ne modificassero gli antichi equilibri e valori spaziali. Il nuovo assetto urbanistico della pubblica piazza determinò lo spostamento della stessa colonna, smontata in tempo di guerra, che in un primo tempo si prevedeva di collocare al centro della nuova piazza, e la rotazione di 180 gradi della statua del santo, oggetto anch'essa di un intervento di restauro.

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Programma dei delle celebrazioni civili e dei riti religiosi indetti in onore dei santi patroni, pubblicato in bozza nel numero 3 del 7 agosto 1945 del periodico leccese "La colonna di S. Oronzo", a. I. Archivio di Stato di Lecce, Prefettura, Gabinetto.
Quell'anno i tradizionali festeggiamenti civili e religiosi, predisposti dal Comitato presieduto dallo stesso Danese, sindaco Carlo Personé, il primo dopo la parentesi fascista, s'incentrarono nell'inaugurazione della colonna e si caricarono di una particolare valenza simbolica, in quanto manifestarono il giubilo per la fine della guerra ed il ringraziamento della cittadinanza ai sui numi tutelari per averla protetta dalle devastazioni causate dall'immane conflitto.
Tale materiale si conserva nel fondo Prefettura dell'Archivio di Stato di Lecce in quanto sottoposto a controllo preventivo da parte dell'Ufficio Stampa prefettizio, cui spettava il rilascio del nulla osta alla diffusione della pubblicistica in ambito provinciale.

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Maria Rosaria Tamblè

 

QUANDO LA TERRA TREMA: le carte raccontano. Nardò 20 febbraio 1743

 "Nel giorno mercordì del mille settecento quarantatré, giorno più tosto estivo che d'inverno, a circa le ore 23 nell'occaso si suscitò un vento gagliardissimo che fece stupire ogn 'uno ed intimorire, poi­ché pareva che per l'aria correvano centinara di carrozze unite, tale era lo strepito, s'offuscò l'aria e pareva che mandasse fuoco, l'acqua ne pozzi saltava e si riconcentrava. Si oscurò il sole, e sopra le ore 23 ½ traballò per causa d'un tremuoto Nardò, tornò a trabballare, e finalmente mo­vendosi la terra à guisa dell'acqua che ferve nella pignata, operò che cascasse dalle fondamenta Nardò. Morirono da' 349 cittadini, la maggior parte però furono bambini. Tutto rovinò, ogli, grani, etc. I mobili e suppellettili dall'ingiurie delle pietre, polveri e de tempi che susseguirono, restorono di viva momento e valore. La statua della Beatissima Vergine Maria del Vescovado sotto il titolo dell'Assunta sudò. La statua di S. Gregorio Armeno che steva sopra del publico Se­dile si vidde con la mano sinistra far segno al vento di ponente che fiatava che si quietasse. Le altre statue di S. Michele e S. Antonio cascorono.

Il danno ascese ad un millione cento settantacinque mila docati. Fu inteso il tremuoto dà tutta l'Europa, anzi dal mondo tutto. Benedetto XIV papa,l'invittissimo Carlo Burbon re, D. Francesco Carafa vescovo, D.Giovanni Girolamo Acquaviva duca, Lazzaro Vernaleone sindaco e notaio Orontio de Carlo cancelliere e mastro d'atti etc.."

notaio De Carlo

Archivio di Stato di Lecce, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo di Nardò, a. 1743, annotazione premessa al protocollo degli atti rogati in quell'anno.

 

Fa un certo effetto rivivere quel tragico evento nel racconto ricco di pathos di un testimone, che non lesina nella scelta del linguaggio immaginifico ed iperbolico per rendere con l'efficacia delle metafore l'ineffabile sconvolgimento sensoriale e psicologico prodotto nell'animo umano da quella catastrofe. Un evento che nell'immaginario collettivo si caricò di molteplici valenze, suscitando un ampio ricorso al soprannaturale ed alla divinità come unica e suprema tutela. Tra l'altro egli era un pubblico ufficiale, poiché in quell'annus horribilis rivestiva anche i ruoli di cancelliere e di mastro d'atti, cosa che non mancò di sottolineare sottoscrivendosi umilmente dopo la teoria di autorità  laiche ed ecclesiastiche all'epoca in carica e che gli consentì anche di quantificare dal punto di vista finanziario l'entità complessiva dei danni materiali. Il sisma si verificò nel tardo pomeriggio (ore 23), tra la fine del giorno 20, mercoledì santo, e l'inizio del giorno 21, secondo la consuetudine vigente in quegli anni di considerare concluso il giorno con il tramonto del sole. La casuale coincidenza della sciagura con la fine del periodo carnevalesco fu vista come una punizione per i peccati commessi e come monito alla penitenza ed al pentimento. Furono soprattutto i più deboli ed i più poveri a morire, pagando in termini di  vite umane il prezzo più alto. Nel giro di qualche anno Nardò tuttavia si risollevò, mostrando la forza di una popolazione che seppe reagire con coraggio e determinazione all'imponderabile evento di una calamità naturale.              

Maria Rosaria Tamblè

 

Sole e mare fugano ogni male!

Santa Maria di Leuca, 1931
colonia Scarciglia

Foto realizzata dallo Studio Rosario Carlino di Lecce, con sede in Via Templari, in occasione dell'inaugurazione della "Colonia marina Luigi Scarciglia" di S. Maria di Leuca, avamposto di salute pubblica a Finibusterrae. I bambini, rigidamente inquadrati ed in "divisa balneare", realizzano figure ginniche a beneficio delle autorità (tra le quali il Segretario nazionale del Partito Fascista, Achille Starace) e del pubblico presente all'evento. Grazie all'aria salubre che vi si respirava, il Consorzio provinciale antitubercolare della provincia di Lecce stabilì di realizzare sul promontorio salentino una stazione antitubercolare ove ospitare i bambini insidiati da patologie polmonari, per la loro rigenerazione fisica e morale. La colonia marina fu intitolata a Luigi Scarciglia di Minervino, che sostenne finanziariamente la realizzazione dell'opera. Dopo l'armistizio del 1943, l'edificio accolse numerosi profughi provenienti dai campi di concentramento, smistati tra i vari campi di transito allestiti sotto l'egida degli Alleati presso alcune marine del Salento. Archivio di Stato di Lecce, Consorzio provinciale antitubercolare. 

 

QUEL NATALE DEL 1944 TRA FAME E MISERIA. Il "Quinto Natale di guerra" nel Salento nei versi di Vincenzo Patera.

 

Il vegliese Vincenzo Edoardo Patera (1889-1970),  di mestiere falegname, ha lasciato tra i suoi scritti una serie di componimenti in versi e in prosa pubblicati in varie occasioni tra la prima e la seconda metà del secolo scorso.

Natale di guerra

In calce ad una sua poesia del 1943, teneva a sottolineare di aver "frequentato la terza elementare", che all'epoca corrispondeva alla scuola dell'obbligo, un livello di istruzione che comunque gli aveva consentito di destreggiarsi con una certa disinvoltura tra le rime. Della sua attività di versificatore in italiano e in vernacolo l'Archivio di Stato di Lecce conserva nella categoria 36ª del "Gabinetto" di Prefettura, riservata a "Stampa e propaganda", due componimenti originali dedicati rispettivamente al quarto ed al quinto Natale di Guerra, scritti nel 1943 e nel 1944, il primo in italiano, il secondo in vernacolo, messi in stampa su volantini dalla leccese Tipografia Martano.

   Proprio la guerra, del resto, con la sua crudeltà infinita era in grado di restituire al Natale il senso più profondo del messaggio di amore cristiano. Nel 1944, quando mancavano pochi mesi alla fine del secondo conflitto mondiale, mentre al centro-nord infuriavano i rastrellamenti, le deportazioni, le rappresaglie, gli eccidi e la guerra civile, con rapide ed efficaci pennellate tratteggiò le angosce e le speranze di un Salento liberato dalla dittatura, ma ancora assediato da fame e miseria, attanagliato dall'ansia per la sorte di tanti suoi figli ancora lontani e prigionieri del nemico e dal dolore per le innumerevoli vite umane sacrificate. Il vernacolo conferisce più smalto ai suoi versi, arricchendoli di espressioni idiomatiche particolarmente felici e azzeccate, e ci consegna uno scritto vivace nel descrivere l'abbigliamento arrangiato ed il cibo scarso di chi visse quegli anni bui, ma anche la speranza nella fine imminente di tanto inutile patire.

    Il componimento, pur nella sua impostazione convenzionale, ha tutto il valore di testimonianza viva e palpitante di una filosofia di vita e di uno stato d'animo diffusi tra gli abitanti di vicoli e "curti", venati di ironia e di rassegnata malinconia. Il carattere consolatorio della poesia, la sua capacità di veicolare rassicuranti messaggi di pace e di tenere basso il livello di conflittualità sociale, proprio mentre le ataviche ristrettezze economiche della povera gente erano rese più acute dalle contingenze belliche, motivano in questo, come in altri casi, il nulla osta prefettizio alla pubblicazione. In una realtà caratterizzata da privazioni, rinunce e sacrifici, anche l'acquisto di un semplice volantino a stampa diventava per i più un lusso, perciò l'Autore, rivolgendosi ai suoi lettori, li invitava ad un esborso congruo: "La carta è scarsa/lo potete capire/perciò pagate la copia/almeno 5 lire".

   Nel 1996 la sua biografia ed una raccolta di poesie e racconti sono stati pubblicati a cura di Mario Rizzo in un volume dal titolo "Vincenzo Patera, "pueta" della civiltà contadina. Composizioni dal 1934 al 1964", promosso dall'Amministrazione comunale di Veglie con l'intento di non disperderne la memoria.

Maria Rosaria Tamblé

 

Rodolfo Valentino e la Grande Guerra

 

   Valentino

Il 6 maggio 1895 nasceva a Castellaneta, all'epoca facente parte della provincia di Terra d'Otranto con capoluogo Lecce, Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, più noto con il nome d'arte di Rodolfo Valentino. Autentica icona del cinema muto e star indiscussa di Hollywood, il giovane Rudy  prima di intraprendere la folgorante carriera artistica che l'avrebbe portato a mietere allori nella "Mecca" del cinema Statunitense, adempì all'obbligo della chiamata a visita medica presso il Distretto militare di Taranto e fu iscritto a ruolo nella leva della sua classe di nascita, nella prima categoria, quella del contingente immediatamente inviato alle armi (Archivio di Stato di Lecce, Distretto militare di Taranto, Ruoli matricolari[1], classe 1895, vol. 224, matricola 81 bis).

Rodolfo ValentinoIl documento riporta in sintesi  le sue generalità, alcuni dati anagrafici, antropometrici e contrassegni personali, professione: Guglielmi Rodolfo, agronomo, alto 1 metro e 75 cm., figlio di Giovanni e di Maria Barbino, ovviamente capace di leggere e scrivere. In realtà la madre si chiamava Marie Barbin, essendo di origine francese, ma non era infrequente l'italianizzazione dei nomi e dei cognomi stranieri. Di famiglia benestante,  dopo la morte prematura del padre, di professione veterinario, il giovane Rodolfo emigrò all'estero prima dell'apertura della leva della propria classe, previo atto di sottomissione all'arruolamento. Dopo lo scoppio della guerra fu chiamato alle armi (1° dicembre 1915), ma non rispose all'appello, trovandosi negli States già dalla fine del 1913, secondo quanto riportato nelle sue biografie. Fu pertanto dichiarato disertore (6 dicembre 1915), come molti italiani emigrati all'estero che non risposero all'appello, e denunciato al Tribunale militare di Bari (31 dicembre 1915). Si costituì al Regio Consolato Italiano di Los Angeles (29 maggio 1918). Cessato il conflitto, beneficiò dell'amnistia concessa per i reati militari il 2 settembre 1919 (regio decreto 1502) e, con ordinanza dell'Ufficiale istruttore del Tribunale militare di Bari, ottenne il non luogo a procedimento penale (18 febbraio 1925). Nello stesso anno fu riformato per cecità da un occhio a seguito di una determinazione della direzione del Tribunale militare di Bari (5 marzo 1925). In quel periodo, infatti,  aveva richiesto per motivi di lavoro la cittadinanza americana,e per ottenerla era necessario un documento di idoneità al servizio militare. Ma ad essa ostava la qualifica di disertore con la quale era stato bollato in Italia. Preferì quindi ottenere una dichiarazione di non idoneità fisica al servizio. Fin qui la sua vicenda personale attraverso gli scarni dati forniti dal ruolo matricolare e qualche notazione biografica, che contribuisce a dare un senso alla sequenza di date e di provvedimenti citati.      

   Dopo una serie di apparizioni cinematografiche in ruoli minori, Valentino aveva raggiunto il successo, ironia della sorte, proprio con un film ispirato agli orrori della guerra, "The four horsemen of the Apocalypse" ("I quattro cavalieri dell'Apocalisse") del regista Rex Ingram, uscito nelle sale cinematografiche statunitensi nel marzo del 1921, a poco meno di tre anni dalla fine di un conflitto che aveva visto l'Europa lacerata trasformarsi in desolato campo di battaglia. Le ferite erano ancora aperte e brucianti, ma, nella delicata fase della ricostruzione, la pellicola trasmetteva un'invincibile voglia di vivere. Nel film Valentino interpretava il ruolo di Julio Desnoyers, quasi un omaggio alle sue origini francesi per parte di madre, dapprima riluttante ad indossare la divisa ed a partire per il fronte, ma poi deciso ad andare a combattere, avviandosi al suo triste destino come tantissimi giovani della sua generazione. Dopo quest'interpretazione fu un succedersi di trionfi cinematografici, fino a quel 23 agosto 1926 che avrebbe segnato a New York la fine prematura della sua esistenza, a soli trentun'anni,  e nel contempo l'ascesa della sua icona nel mito. Se ne può avere una piccola conferma anche attraverso le annotazioni a matita fatte arbitrariamente nello spazio vuoto del ruolo, non si sa in quale occasione, da parte di chi ha voluto sottolineare soprattutto l'identità artistica di quel Rodolfo Guglielmi, non rilevabile dal documento, definendolo  tra le altre cose "Re degli artisti".       

      Una riflessione più ampia merita la vicenda della diserzione di Valentino, che segnala un fenomeno tutt'altro che marginale nel contesto della Grande Guerra. I disertori, in molti casi, erano italiani emigrati all'estero per lavoro prima della chiamata alle armi. Nel volume che riporta il suo ruolo matricolare, sono registrati, tra gli altri, oltre cento giovani della sua classe di nascita dichiarati disertori perché non ottemperarono agli obblighi militari, dopo aver espatriato, chi negli Stati Uniti (soprattutto a New York, ma anche a Boston, Pittsburg, San José, Chicago), chi in Canada (Toronto), chi in Argentina (Buenos Aires). Una parte di essi, tra i quali il Nostro, provenivano da Comuni del Circondario di Taranto, altri da Comuni della Basilicata afferenti al Circondario di Matera, che per la leva faceva capo al Distretto militare di Taranto.

 

S. ORONZO, I MARTIRI DEL LAVORO E LA GUERRA DI ETIOPIA (1935)

 

Il 22 agosto 1935 il vicequestore di Lecce vietava per  motivi di ordine pubblico la diffusione di un volantino a stampa recante un componimento in vernacolo dal titolo "Per la festa te Santu Ronzu - Canzune", scritto da Agostino De Leo, un prolifico autore locale di opere in versi e prosa dal carattere spiccatamente retorico e celebrativo, attivo prima, durante e dopo il fascismo. Si trattava di un ex sacerdote, ridotto dalla Chiesa allo stato laicale dopo la celebrazione del suo matrimonio con rito civile, dal quale erano nati due figli. La formazione ecclesiastica lo rendeva particolarmente incline alla trattazione di temi di natura agiografica e religiosa, ma non mancavano scritti d'intonazione patriottico-irredentista e, dopo l'avvento del fascismo, soprattutto propagandistici a favore del Duce e del regime, almeno sino alla disfatta. Mentre l'Italia si preparava all'avventura coloniale in terra africana, sin dai primi mesi del 1935 il governo sviluppò una intensa opera di proselitismo sulla cosiddetta questione etiopica, tesa a giustificare l'inevitabilità di un conflitto in ragione delle "scarse capacità morali" e "dell'arretratezza e della disorganizzazione" di quello Stato africano, sul quale l'Italia mirava ad "estendere  la sua influenza e la sua missione civilizzatrice". In questo contesto si colloca la stesura della "Canzune" per la festa di S. Oronzo di quell'anno, messa in stampa dalla Tipografia La Modernissima di Lecce (secondo quanto si evince da un'annotazione manoscritta della Questura), per i cui tipi De Leo nel 1931 aveva già pubblicato "I Santi di Lecce ed altri Santi. Prose e versi".

   In quei mesi che precedettero l'imbarco per l'Africa Orientale dei legionari italiani in uniforme coloniale, tuttavia, il Salento era stato scosso da episodi di disagio sociale legati alla precarietà del lavoro agricolo e artigiano e della manifattura del tabacco, che dava occupazione a migliaia di operaie, culminati il 15 maggio 1935 nell'eccidio, compiuto a Tricase dalle forze dell'ordine, di cinque lavoratori, tre dei quali donne (Maria Nesca, Donata Scolozzi, Cosima Panico, Pierino Panarese e Pompeo Rizzo), e nel ferimento di numerosi altri nel corso di un conflitto di lavoro. In quel clima politico avvelenato da indagini ad ampio raggio, da ossessive ricerche di prove a carico degli indagati, da numerosi arresti e dall'apertura del processo a carico dei responsabili della rivolta (52 imputati rinviati a giudizio), lo Stato serrò i ranghi del controllo preventivo (verosimilmente i motivi di ordine pubblico che impedirono la diffusione del volantino), mentre il 25 luglio giungeva a Lecce il nuovo prefetto Pietro Bruno.  

   Nulla di ciò si  evince dal componimento di De Leo, che si mantiene sul consueto cliché celebrativo delle glorie di Lecce e del regime.  Dopo la solita incursione retorica sulla genìa salentina e sul primato di s. Oronzo rispetto a tutti coloro (uomini di potere, artisti e poeti) che nei secoli resero grande la città capoluogo provinciale, l'autore descrive la festa di quei tempi, con bande musicali, fuochi d'artificio e addobbi luminosi, consumo di creme e gelati ed il pranzo rituale con l'addhuzzu, il galletto che non poteva mancare il 26 di agosto sulle tavole dei leccesi. Ricorda inoltre il legame tra s. Oronzo e la pioggia, vera ricchezza in una terra siccitosa come il Salento, ma ricca di acque sotterranee alimentate dalle precipitazioni meteoriche, che proprio sul finire di agosto, in coincidenza con la festa patronale, rinfrescano dalla calura estiva, aprendo il ciclo delle piogge autunnali propizie alle colture. Le ultime strofe sono dedicate all'imminente impresa africana, che di fatto avrebbe avuto inizio il 2 ottobre 1935 per assicurare all'Italia un "posto al sole" in Africa orientale. Il s. Oronzo belligerante di De Leo, che avrebbe dovuto sostenere Mussolini nella conquista dell'Etiopia ("E Mussulini/fane cu moscia/a l'Abissini/l'Italia noscia // quant'è putente, quant'è benigna:/sarva la gente/la cchiù maligna. // Fane cu pigghia/la Topia, crai:/cu la spruigghia/te tanti uai"), tuttavia, non ebbe diffusione e le 1300 copie del volantino, in verità stampato in maniera piuttosto sciatta per via di alcuni refusi, furono trattenute negli uffici della Questura di Lecce. Nel corso degli anni De Leo avrebbe tuttavia continuato a scrivere testi celebrativi e d'occasione di vario genere e ad omaggiare il santo patrono cittadino con i suoi versi alquanto modesti anche dopo la caduta del fascismo. Nel 1945 compose un "Inno a S. Oronzo" per l'inaugurazione della colonna restaurata, ma il componimento non incontrò il favore unanime delle autorità locali e non fu musicato.

   Dobbiamo alla capillare attività di controllo delle autorità prefettizie e di Pubblica sicurezza se questa tipologia di stampa, di facile consumo e di altrettanto facile deteriorabilità, è giunta sino ai nostri giorni a testimoniare gli orientamenti culturali e politici di alcuni esponenti dell'opinione pubblica salentina che hanno attraversato con i loro scritti oltre un cinquantennio di storia locale.

Maria Rosaria Tamblé

S. Oronzo                         Archivio di Stato di Lecce, Questura, Gabinetto, Categoria A6, fasc. 22    

 

CENTENARIO DELL'ENTRATA DELL'ITALIA NELLA GRANDE GUERRA. Contro due guerre mondiali la temibile forza della canzone " A Maria per la pace"

Poesia

 A cento anni dall'entrata dell'Italia nella Grande Guerra ed a settanta dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, che chiuse il trentennio più sanguinoso di tutti i tempi, l'Archivio di Stato di Lecce propone  una riflessione sul valore della pace in tempo di guerra  e su come, in quei tragici frangenti,  gli appelli e le preghiere per ottenerla fossero considerate pericolosi  fattori  "deprimenti " per  lo spirito pubblico. Nel gennaio 1943 un sacerdote  del basso Salento veniva diffidato dai funzionari della regia Questura di Lecce a non far più cantare la preghiera "A Maria per la pace", né altre che potessero avere un effetto antipatriottico  sui fedeli.  Era accaduto, infatti, che in occasione della festa dell'Immacolata Concezione, celebrata l'8 dicembre 1942 nella chiesa di Santo Stefano in Taurisano, alla fine della liturgia fosse stato intonato quel canto religioso, noto anche con il titolo "A Maria, Regina della Pace". Dalle indagini condotte dai carabinieri della locale stazione, risultò  che il cosiddetto "Inno per la pace", cantato fin dalla Grande Guerra ed esistente in   stampa già musicato, era  stato rintracciato dal sacerdote tra le sue carte e  fatto copiare da alcune devote della confraternita mariana da lui diretta spiritualmente; dopo i preparativi necessari, era stato cantato "in forma liturgica senza alcun significato di carattere politico" rassicuravano i carabinieri, allegando copia a stampa della preghiera (un volantino di cm. 25 x 17,5). Ciò, tuttavia, non fu sufficiente a risparmiargli la diffida, a margine della quale egli cercò di discolparsi, dichiarando di averla fatta cantare su richiesta  di alcuni fedeli ed esternando formalmente i suoi sentimenti di italianità.

   La segnalazione di quell'episodio  era giunta alle autorità di pubblica sicurezza attraverso la relazione settimanale  inviata alla Questura di Lecce dalla Commissione provinciale di guerra nell'apposita voce relativa al "Comportamento del clero".  Tale Commissione,  operante presso la Direzione provinciale delle poste e telegrafi e dipendente dal prefetto, esercitava infatti  il controllo totale sia della corrispondenza da e per i militari, sia dei telegrammi e delle comunicazioni telefoniche, mentre la corrispondenza civile era soggetta a controllo parziale. A rivelare ingenuamente l'episodio in questione era stata una ragazza nella lettera inviata al suo fidanzato lontano, di sicuro un soldato, soggetto  quindi sensibile al richiamo cristiano alla pace in una fase del conflitto quanto mai critica per  le sorti dell'Italia in armi. Quell'appello per intercedere la fine di una guerra  lunga e disastrosa che aveva fiaccato gli entusiasmi della prima ora, alimentati dalla propaganda di regime che aveva confidato in una facile e rapida vittoria dell'Asse, giungeva in un contesto  di stanchezza psicologica sia del fronte esterno, sia di quello interno. In quei mesi non erano mancate manifestazioni di protesta  ad opera di donne, sempre più critiche verso la  continuazione  dell'impegno bellico anche a causa dei disagi provocati dall'economia di guerra, dalla mancanza di generi alimentari, dall'aumento dei prezzi, dall'oscuramento e dalle incursioni aeree e l'attività incessante della censura di guerra non era riuscita a bloccare la diffusione di notizie poco confortanti  per la nazione sulla piega presa dagli eventi sui vari fronti di combattimento.

    Mentre crollavano le ragioni ideologiche del conflitto ed il concetto stesso di patria come comunità,  i fedeli, e le donne in particolare, manifestavano con la preghiera di credere in valori universali diversi dal patriottismo e dall'orgoglio nazionalistico.  Nel frattempo anche a livello provinciale si registravano  forme di  dissenso  nel clero e un atteggiamento di condanna della guerra  cominciava a circolare nell'opinione pubblica salentina  all'avvicinarsi del secondo inverno  del conflitto, precedendo il radiomessaggio di Pio XII del Natale 1942, che avrebbe trovato nel mondo cattolico una notevole cassa di risonanza, allertando i questori  italiani circa gli effetti  che tale discorso avrebbe potuto avere sulla popolazione.

   In quel contesto si collocava l'iniziativa religiosa presa da don Antonio Nuzzo, questo il nome del  cappellano della chiesa di S. Stefano, classe 1911, originario della vicina Ruffano, orfano di guerra  e quindi vittima egli stesso della tragedia immane del primo conflitto globale, denunciato  con veemenza da papa Benedetto XV(1854; 1914-1922) sin dagli esordi del suo pontificato, passato alla storia per la definizione della Grande Guerra come "inutile strage" nella Nota ai governanti dell'agosto 1917: quello stesso papa che aveva ispirato il testo della canzone  per la pace fatta intonare dal sacerdote ai suoi fedeli. Grande era stato l'impegno del pontefice per ottenere una pacifica conclusione del conflitto, ancorché disatteso dagli governi. Tre mesi prima, il 5 maggio 1917, a un mese dalla dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla Germania, che aveva portato il conflitto a livello mondiale, in un'epistola indirizzata al Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri, papa Della Chiesa aveva insistito sulla necessità di invocare la pace da Gesù grazie all'intercessione di Maria, invitando per il suo tramite i vescovi di tutto il mondo ad aggiungere nelle Litanie lauretane a partire dal successivo mese di giugno l'invocazione "Regina pacis, ora pro nobis".  Alla fine, affidando la pace del mondo nelle Sue mani,  il papa fece un altro appello

 "Si levi , pertanto, a Maria, che è madre di Misericordia ed onnipotente per Ia  grazia, da ogni angolo della terra, nei templi maestosi e nelle più piccole cappelle, dalle regge e dalle ricche magioni dei grandi come dai più poveri tugurî, ove alberghi un'anima fedele, dai campi e dai mari insanguinati, la pia, devota invocazione e porti a Lei l'angoscioso grido delle madri e delle spose, il gemito dei bimbi innocenti, il sospiro di tutti i cuori bennati: muova la Sua tenera e benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto la bramata pace e ricordi, poi, ai secoli venturi l'efficacia della sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci".

   Accostando queste parole al testo della canzone "A Maria per la pace",  si nota una forte assonanza di termini e di concetti, a dimostrazione di come essa rispecchiasse in pieno il pensiero del pontefice.

   Otto giorni più tardi la Vergine apparve a Fatima e quell'evento prodigioso  sembrò una risposta  alle preghiere giunte sino a Lei dal mondo devastato, per dimostrare il suo amore materno verso l'umanità dolente ed indicare la via verso la pace in quanto mediatrice di tutte le grazie.

   In archivi, musei e biblioteche è possibile trovare a distanza di un secolo materiale devozionale distribuito in grande quantità anche nelle linee del fronte soprattutto prima della disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917). Tra i milioni di esemplari di orazioni, suppliche, santini e libri religiosi spiccavano la preghiera di pace di papa Benedetto XV, pubblicata sin dal 1915, e l'immagine di Maria Regina della Pace. Tuttavia, dopo quell'evento disastroso per l'esercito italiano, sul papa era caduta l'accusa di disfattismo e la censura aveva imposto di veicolare immagini e preghiere di chiaro valore patriottico. La preghiera di Benedetto XV fu considerata troppo pacifista e venne quindi vietata, mentre ai cappellani militari fu precluso l'uso della parola pace nelle loro prediche.  Ma l'eredità  spirituale di papa Della Chiesa, che aveva delegittimato moralmente la guerra, mettendo in luce il contrasto tra il magistero papale e le chiese nazionali, schieratesi  con i rispettivi governi, aveva varcato i limiti temporali del suo pontificato, mostrando la propria universalità oltre che un'attualità ed un consenso sempre crescenti, man mano che aumentavano le dimensioni e le atrocità del secondo conflitto mondiale.

Maria Rosaria Tamblé

 

CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE, IL CORAGGIO DI UNA DONNA DEL SEICENTO

violenza maschile

Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (25 novembre 2019), l'Archivio di Stato di Lecce segnala un documento di oltre quattro secoli fa, che testimonia del coraggio di una donna di opporsi, con la forza della sua onestà e della sua dignità e con i mezzi che la giustizia dell'epoca metteva a sua disposizione, alla violenza fisica e psicologica esercitata nei suoi confronti dal marito, interessato, a tutti i costi e malgrado il volere della moglie, a farla prostituire. Di fronte a questo tentativo di turpe mercimonio del corpo femminile, commesso in violazione del sacramento del matrimonio e quindi della morale cattolica imperante, lo Stato, all'epoca rappresentato dalla monarchia spagnola, si muoveva avocandone il giudizio alle più alte magistrature del viceregno di Napoli.  

   Correva l'anno 1607, ed il 20 febbraio la leccese Laura de Santis si presentò dinanzi al notaio Lucrezio Perrone, rogante in Lecce, per designare Colantonio Marotta quale suo procuratore in Napoli per seguire la causa di sfruttamento della prostituzione (lenocinio) intentata contro suo marito, Metello Mazeo anch'egli leccese, presso la Gran Corte della Vicaria di Napoli competente per tale delitto, a seguito di querela sporta dalla donna nella Corte del regio Governatore di Lecce e di informazione trasmessa da questo tribunale a quello napoletano. La scelta di un suo procuratore si impose "perché essa Laura per esser donna non può di persona essere in Napoli per seguire detta causa et farlo condennare et castigare". Il Mazeo, stando alle dichiarazioni della moglie, aveva anche tentato di ucciderla con uno stile (pugnale) quando lei trovò il coraggio di ribellarsi alle sue "diaboliche et in humane voglie di farla conoscere carnalmente per lucro et guadagno" e l'avrebbe di certo ammazzata "se non fusse stata difesa da li vicini".   

Archivio di Stato di Lecce, Sezione notarile, protocollo del notaio Lucrezio Perrone di Lecce, 46/2, 1605-1607, 1607, cc. 113v-114r.

 Maria Rosaria Tamblé

QUARTO CENTENARIO DELLA MORTE DI S. BERNARDINO REALINO E DEL SUO PATRONATO CIVICO SU LECCE (2016)

S. Bernardino docum.  S.Bernardino

In occasione dell'anno bernardiniano, dedicato al quarto centenario della morte di san Bernardino Realino (Carpi, 1530-Lecce, 1616), eletto ancora in vita compatrono e protettore della città di Lecce, ma canonizzato solo nel 1947, l'Archivio di Stato di Lecce ne ricorda la presenza operosa nella società del tempo, attraverso la documentazione notarile ivi custodita. Un documento del 16 settembre 1602 (1603 secondo il corso di Lecce, che computava l'anno dal 1° settembre al 31 agosto) lo vede infatti comparire in qualità di vicerettore "pro tempore" del "Collegium lupiense", al cospetto del notaio Francesco Antonio Palma, per stipulare la retrovendita di un censo di 30 ducati annui a beneficio di Donato Maria Galasso di Lecce e del reverendo d. Giovanni Battista Politano, arciprete di Leverano, ricevendone in cambio la somma di 176 ducati e mezzo. Non è frequente rinvenire il Realino nella stipula di negozi giuridici durante la sua quarantennale permanenza a Lecce (1574-1616), e pertanto quest'atto rappresenta una vera e propria rarità, ancora più interessante in quanto egli vi interviene in veste di rappresentante e amministratore del patrimonio del Collegio leccese, un ruolo che non gli era estraneo, dal momento che già in passato si era occupato di gestione di beni, giovandosi delle competenze fornitegli dalla sua laurea in diritto civile e canonico.  

 

GIUBILEO 2015 - 2016 "PELLEGRINI DEL PASSATO"

In occasione dell'apertura del Giubileo della Misericordia, indetto da papa Francesco, l'Archivio di Stato di Lecce segnala, tra le testimonianze  scritte ivi custodite relative a pellegrini e a pellegrinaggi del passato,  un documento  in pergamena, emanato nel 1753, concernente l' aggregazione della confraternita della Ss.ma Trinità dei pellegrini e convalescenti, già della Croce, eretta nella chiesa parrocchiale di Campi, diocesi di Lecce,  all'omonima arciconfraternita romana. In esso Nereo o Neri Corsini, cardinale diacono di S. Eustachio e protettore dei sodalizi laicali fondati sotto lo stesso titolo, unitamente al primicerio ed  ai custodi, riconferma l'aggregazione originaria della confraternita campiota al pio sodalizio romano, estendendole tutte le indulgenze ed i privilegi spirituali a quello concessi da Clemente VII (1604, dicembre 7) e da Paolo V (1606, ottobre 2). La durata dell'aggregazione era temporanea  e mirava ad incentivare l'attività propria del sodalizio periferico, subordinando l'efficacia dell'affiliazione alla confraternita capo e madre  all'esercizio di una delle pratiche di  religione e  di assistenza tipiche di questo istituto confraternale (ricovero di pellegrini e convalescenti poveri e maritaggio di fanciulle bisognose) fondato da san Filippo Neri proprio nell'anno giubilare 1550 e profondamente pervaso dalla spiritualità tridentina.  Con la costituzione Quaecumque (1604), trascritta integralmente nel documento, al pari dell'altra bolla  di Paolo V, Clemente VIII rese obbligatoria per tutti i pii sodalizi laicali l'atto ufficiale dell'aggregazione, imponendo nel contempo ai sodali l'obbligo di limitare la propria adesione ad un'unica confraternita, ad eccezione di quelle eucaristiche e della dottrina cristiana. Questa tipologia  di litterae agregationum  risulta compilato su un chiché  già predisposto e riprodotto in migliaia di esemplari con la tecnica dell'incisione che,  data l'alta serialità dei documenti  rilasciati, conteneva i tempi e i costi della ricopiatura dei testi in cancelleria,  lasciando in bianco gli spazi  relativi alle parti modificabili del documento, quali  lo stemma del pontefice in carica e del cardinale protettore pro tempore, i nominativi  degli autori e dei  destinatari del documento e la data, mentre in calce erano apposte  le sottoscrizioni autografe del cardinale e degli ufficiali del sodalizio romano  e le note di cancelleria, tutte vergate a mano con inchiostro che si differenzia visibilmente da quello utilizzato nella parte prestampata. Nella fattispecie, il documento reca in alto sulla sinistra lo stemma di papa Benedetto XIV (1740-1758) e sulla destra quello prestampato della città di Roma , mentre più in basso al centro è riprodotto il blasone del Corsini (1685-1770), sormontato dalle insegne cardinalizie. Attraverso quest'opera di centralizzazione, la Chiesa cattolica nell'età della Controriforma svolse un'efficace modernizzazione della pratica religiosa e caritativo-assistenziale, che consentiva l'inserimento di queste strutture in una organizzazione di rete a vastissimo raggio, in linea con l'universalità del magistero romano,  ed un loro più capillare controllo sui territori.   Le confraternite della Ss.ma Trinità erano solitamente dotate di un "ospizio" annesso all'oratorio, nel quale venivano accolti i convalescenti poveri ed i pellegrini in transito, e quella di Campi, localizzata lungo un importante asse  viario, non si discostava dalla norma. Il Salento nei secoli svolse il ruolo di ponte geografico idealmente proteso verso Oriente, di suolo di passaggio per natura e vocazione di chi doveva raggiungere i luoghi santi d'Oltremare e, per imbarcarsi dai suoi porti, viaggiava sulle sue strade e sostava nelle sue città; ma fu anche meta finale  dei pellegrini diretti a Santa Maria di Leuca, situata al  confine sud-orientale dei percorsi europei del perdono,  come Santiago ne segnava il limite sacro nord-occidentale. Ma l'importanza secolare della Finisterre salentina non era disgiunta dalla forza di attrazione esercitata da altri piccoli santuari dove il divino si era manifestato attraverso apparizioni, ritrovamenti di sacre immagini, memorie del passaggio dell'apostolo Pietro, sacre reliquie ritrovate o importare, segnando un fitta rete di itinerari minori che si raccordavano alle vie maestre della fede, prima fra tutte la Via Francigena del Sud, che rappresentava un segmento del complesso cammino occidentale dei pellegrini. Un cammino  proveniente dai luoghi santi d'Europa che  confluiva a Roma, cuore della cristianità, per poi concludersi a Gerusalemme.  Il richiamo ai pellegrini si rileva non solo nel testo del documento esaminato, ma anche nell'iconografia, che ne occupa la parte superiore. Nell'immagine, altamente evocativa del messaggio trasmesso in forma scritta, sono visibili ai piedi della Ss. ma Trinità i destinatari dell'attività caritativo-assistenziale, mentre in secondo piano, in segno di umiltà, si intravedono  i sodali incappucciati, che statutariamente vestivano il saio cremisi. I pellegrini, posti a sinistra della Croce, si distinguono dal tipico abbigliamento, che era  costituito dal cappello a larga tesa, chiamato pétaso,  calato sulle scapole e trattenuto da un cordone che serviva per fermarlo al capo, dalla schiavina, che era un indumento (corto o lungo sino ai piedi)  aperto sul davanti per non impedire il passo, dal sanrocchino, mantello cerato impermeabile, dal bordone, un bastone con il puntale ferrato munito di gancio e idoneo a vari usi (appendere oggetti, farsi strada, scacciare gli animali selvatici), dalla scarsella di cuoio a tracolla e dall'otre manuale per l'acqua, allacciata alla cintola o agganciata al bordone, solitamente ricavata all'interno di una zucca. Sulla destra si distinguono un giovane povero, simbolo della gioventù tanto cara a san Filippo Neri, ed un anziano  bisognoso. Ad accomunare sodali e pellegrini  nel loro percorso fisico e simbolico di avvicinamento a Dio c'è la fede nell'efficacia delle indulgenze, strettamente connessa all'esistenza del Purgatorio ed alla possibilità di poter intervenire sull'al di là e sulla misericordia divina con l'intermediazione della Chiesa, ottenendo la diminuzione o persino l'annullamento per sé e per gli altri della pena da scontare a causa delle proprie colpe. Su questi temi si era consumata nel Cinquecento la rottura insanabile con le Chiese riformate, alla quale il Concilio di Trento aveva risposto, tra l'altro,  con una capillare diffusione nel laicato cattolico delle confraternite e della spiritualità conciliare. Quella di Campi, infatti, era stata aggregata per la prima volta  nel 1583.   

Maria Rosaria Tamblé

Nelle immagini: Lettera di riconferma dell'aggregazione della confraternita della Ss.ma Trinità dei pellegrini e convalescenti di Campi, diocesi di Lecce, all'omonima arciconfraternita romana. Pergamena, mm.  495 x 755.  1753 agosto 23, Roma. Archivio di Stato di Lecce. Sezione diplomatica.

Pergamena Trinità1

 

I BOLLETTINI DELLA PREFETTURA DI TERRA D' OTRANTO NEGLI ANNI DELLA GRANDE GUERRA

In occasione della ricorrenza dei cento anni dallo scoppio del conflitto, la documentazione relativa all'evento bellico mondiale ha assunto un particolare rilievo nell'ambito del più generale impegno per la tutela e la valorizzazione del  patrimonio culturale italiano assolto istituzionalmente dal Ministero dei Beni e delle

Attività Culturali e del Turismo. Tra le fonti bibliografiche conservate nell'Archivio di Stato di Lecce si è ritenuto opportuno analizzare le annate relative ad una pubblicazione ufficiale della Prefettura di Lecce che, pur avendo il compito di diramare in forma capillare le istruzioni impartite a livello centrale, offre anche opportunità di rilevare l'impatto bellico sul territorio salentino. Probabilmente versato con le carte della Prefettura all'Archivio di Stato di Lecce, il periodico costituisce uno strumento di utile consultazione, per la varietà del materiale descritto, per le notizie e gli approfondimenti  che segnano il percorso storico e legislativo della Provincia di Terra d'Otranto. Il primo numero del Bollettino della Prefettura in adempimento dell'art. 2 della legge provinciale e comunale, fu pubblicato nel gennaio del 1866, in prosecuzione del Giornale dell'Intendenza di Terra d'Otranto, iniziato il  1° maggio 1808.  Le schede di spoglio degli anni 1915-18 che riguardano il progetto di lavoro si riferiscono al periodico venuto alla luce con il titolo di Pubblicazione degli Atti Ufficiali... che precede l'intestazione di Bollettino della Prefettura, stampato nella tipografia del Popolo della città di Lecce. In Giornali e Giornalisti leccesi  Nicola Vacca lo colloca come prosecuzione del Bollettino della Prefettura di Terra d'Otranto.... che cesserà le pubblicazioni gratuite  nel 1890, ma nel 1908 sarà dato alle stampe  come  Bollettino a pagamento contenente le leggi e le disposizioni che riguardano i Municipi e le Opere pie. Il bollettino, sempre diretto dal Cisaria, nel 1915 esce come  " Pubblicazione di Atti Ufficiali per i Municipi e le Opere Pie", a completamento del primitivo titolo.  Nelle annotazioni del Vacca,  Elvira Cisaria  viene segnalata come  Assuntrice e Direttrice. Il costo sostenuto per l'acquisto del quindicinale di L.5- non più gratuito- è indicativo di  una più ampia diffusione del periodico tra gli abitanti della città e della sua provincia, ma anche della interessante occasione offerta ai lettori, nonostante l'elevata percentuale di analfabetismo, di venire a diretta conoscenza delle leggi, decreti e circolari di emanazione governativa centrale  e prefettizia. Il bollettino era distinto in due sezioni: la prima parte era dedicata all'attività di governo, alla promulgazione dei numerosi decreti, alle comunicazioni generali ed alle  direttive impartite dai vari ministeri; la seconda parte era di esclusivo carattere locale, provinciale, pagine fitte di circolari prefettizie, di impegni sociali, di note informative di carattere giuridico, di sintetiche elencazioni dell'attività della provincia e degli istituti di beneficenza cittadina.  Telegrammi e comunicazioni dell'agenzia Stefani, note prefettizie e dei vari Ministeri tutti impegnati in un ambito di azione sempre fortemente condizionato dalla situazione bellica, unite alle informative militari  sulla condizione economica del Paese e della Provincia vivacizzano le pagine del bollettino, come un'agenda dettagliata della vita e degli uomini che vissero la Grande Guerra in Terra d'Otranto mai prima di allora tanto legata alle vicende nazionali.  Per la catalogazione, si è proceduto alla elaborazione di schede di spoglio cronologiche per argomenti trattati o annunciati. In assenza di riferimenti seriali e cronologici precisi delle leggi parzialmente o integralmente riportate, sono stati considerati dati topici e/o cronici di riferimento presenti sulla pubblicazione o si sono utilizzati repertori legislativi. In ogni caso è stato schedato ciascun argomento trattato prescindendo dall'ampiezza dello scritto. Alla luce della completa schedatura, il repertorio bibliografico potrà costituire uno strumento utile alla conoscenza più analitica di alcuni aspetti meno noti del periodo, mettendo in luce materiale appartenente ad una tipologia biblioteconomica  più nota  come ‘materiale grigio'.  I fascicoli oggetto del progetto sono complessivamente n. 96. 

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I BORGHI ANIMATI..promuovere il turismo con l'illustrazione!

Conoscete le origini mitiche di Francavilla Fontana?

Questo comune è stato selezionato nell'ambito del progetto "I Borghi Animati: l'Italia come non l'avresti mai immaginata", lanciato dal Ministero della Cultura in collaborazione con Invitalia per promuovere il turismo lento e di prossimità nei borghi italiani attraverso una modalità di racconto digitale e innovativa che prende spunto  da leggende, storie antiche e tradizioni popolari legate a ciascun territorio.

Le origini di Francavilla Fontana sono legate proprio a una leggenda che fa riferimento al fortuito ritrovamento dell'effigie di una Madonna. Si racconta infatti che il 14 agosto 1310, mentre il principe di Taranto Filippo d'Angiò si trovava a caccia, accadde un avvenimento straordinario. Una freccia, scoccata verso un cervo, tornò indietro verso l'arciere.  All'ordine del principe di diradare i cespugli nel punto in cui si trovava la preda, emersero i ruderi di un'antica costruzione e l'immagine della Vergine.  Qui si costruì quindi una chiesa dedicata alla Madonna, e attorno ad essa il nuovo borgo. Il principe stesso favorì la nascita della nuova cittadina con la concessione di franchigie a coloro i quali avessero fissato lì la loro residenza. Così il nome della località che stava per nascere fu proprio «Franca-Villa».

Per l'occasione, pubblichiamo alcune carte relative all'agro del territorio di Francavilla nei secoli successivi a questo evento leggendario. Si tratta di un'antica pianta dei demani detti La Pantofola, proveniente dal fondo Intendenza di Terra d'Otranto - Demani comunali (b. 15, f. 174). Il documento  non è datato, sebbene un'annotazione a margine specifichi che fu copiato il 2 dicembre 1786 dall'Archivio del principe di Francavilla.

 

Viaggiate anche voi alla scoperta del Belpaese in compagnia di creature misteriose, fate e folletti!

Per saperne di più: https://cultura.gov.it/borghianimati  

borghi animati

 

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pagina creata il 18/10/2021, ultima modifica 02/11/2021